TIEPOLO – ALESSANDRO E CAMPASPE NELLO STUDIO DI APELLE

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L’episodio viene narrato, insieme ad altri aneddoti della vita del celebre pittore, nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (Libro xxxv, 85-87) in cui si narra che Apelle, divenuto, per le sue enormi doti artistiche, il prediletto di Alessandro Magno, venne da egli chiamato per eseguire il ritratto di Campaspe (che in Plinio è Pancaspe), ovvero la sua concubina favorita; nel lungo periodo di posa per eseguire l’opera, il pittore si innamorò della giovane, che, per questo venne a lui ceduta dal condottiero.
Solitamente tale soggetto era inserito tra gli  exempla virtutis all’interno di decorazioni celebrative, poiché l’atto di donare la giovane Campaspe ad Apelle, era considerato un esempio della magnanimità di Alessandro Magno e dunque rifletteva le qualità morali del committente, che, così paragonato al valoroso condottiero, ne acquistava implicitamente le doti; era questa una pratica molto diffusa sin dal XVI secolo, per la quale si attingeva molto spesso anche dalla storia romana.

Nella versione oggi a Montreal (1725 circa), Tiepolo interpreta il soggetto con la libertà che gli è propria, tanto da guadagnarsi la definizione di “spregiudicato e quasi insolente” per l’intromissione di spunti realistici e di frammenti di cronaca quotidiana nel contesto dell’episodio storico.
La sua libertà compositiva gli permise di assegnare a sua moglie, Cecilia Guardi, che aveva sposato poco prima, il ruolo della bellissima Campaspe; anche i due grandi dipinti sulla parete di fondo, uno raffigurante Mosè e il serpente di bronzo e l’altro un episodio mitologico, probabilmente Venere che consegna le armi ad Enea, dei quali però non c’è traccia nella produzione dell’artista ma che esemplificavano la sua carriera artistica, la quale spaziava dalle tematiche sacre a quelle profane, provengono dal suo studio.

Insolito è il gruppo dei personaggi sulla pedana, in primo piano, identificabili in Alessandro Magno, il suo amico Efestione e Campaspe, abbigliati all’antica e che posano alle spalle del pittore invece che di fronte ad egli; questo gruppo si direbbe scivolato all’interno della scena da un altro spazio, un altro palcoscenico, così come accade con il fondale architettonico, ripresa che anticipa la sua predilezione veronesiana e la statua colossale di Ercole con i guerrieri sullo sfondo.
Un tocco di bizzarria è dato anche dall’abbigliamento dell’artista, né antico né contemporaneo, con la scelta di indossare un berretto alla Rembrandt, maestro molto apprezzato da Tiepolo e dunque inserire un ulteriore elemento desunto dalla propria vita privata all’interno della scena.
In essa, dunque, convivono elementi del suo presente quotidiano, con l’intrusione di ingredienti ludici ed autobiografici, quali il servitore moro accanto al cavalletto, il piccolo cane che volge lo sguardo verso di noi coinvolgendoci nella rappresentazione e quelli di un passato “sublime” che, convergendo in unico dipinto nonché ambiente, danno origine alla vena ironica, tipica dell’artista, enfatizzata dalla sua fervida immaginazione, con la quale viene conferito valore di quotidianità al mito, affidando a TiepoloApelle il ruolo di cerniera tra i due spazi contigui. Non vi è dubbio, infatti, circa la volontà dell’artista di autorappresentarsi nelle vesti di Apelle, riconoscendo in tal modo, il suo ruolo all’interno del contesto sociale: paragonandosi al più celebre pittore dell’antichità si mostra consapevole delle proprie doti e di quanto esse vengano apprezzate dai potenti signori, portando alla creazione di rapporti di fiducia con il centro del potere, che, nelle condizioni storico-sociali di Venezia nel Settecento, erano gli unici mezzi per poter raggiungere quella così ampia fama di cui in pochi potevano godere.

Giulia Chellini

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